Salve,
eravamo rimasti a quella mia bizzarra proposta (forse anche un po’ provocatoria) di trovare almeno cinque “famiglie morali”, cinque simboli che incarnino aspetti diversi di ciò che chiamiamo bene e di ciò che chiamiamo male.
A differenza di quanto possa sembrare, le mie non sono affatto speculazioni astratte e sterili, e anche se possono apparire un po’ bizzarre e tendano comunque a complicare una questione già di per sé molto complessa come quella dell’etica, le esprimo per sollevare un problema che è appunto quello della semplificazione con cui molto spesso si tende a definire il bene e il male; o, per dirla con altre parole, queste mie “speculazioni” (affatto astratte, ma forse non ancora ben formate neanche nel mio modo di pensare) nascono con l’intento di “creare”, “inventare” nuove categorie riguardanti il problema etico e che, sbarazzandosi dell’antica e ormai arida dicotomia bene/male, indirizzino l’uomo verso scelte più consapevoli sia del proprio stare al mondo che del mondo stesso.
Del resto, come scrivevano Deleuze e Guattari in Che cos’è la filosofia?, fare filosofia significa proprio creare, inventare nuovi concetti e nuovi modi di “formare” la “materia del pensiero” che di per sé resterebbe altrimenti indeterminata e quindi indecifrabile.
Dicevo della praticità verso cui le mie riflessioni puntano: praticità che magari oggi, allo stato attuale delle cose, potrebbe non riguardare ogni persona della nostra società vista la complicazione, almeno iniziale, della visione del mondo che ne deriverebbe (del resto già “pensare” al bene e al male quando si va a comprare il pane o a fare shopping non è cosa né immediata e forse neanche tanto opportuna, nonostante io creda che tali categorie influiscano in maniera costante e pressante in ogni nostra azione, per quanto quotidiana o abituale essa sia); tuttavia, “creare” nuove categorie etiche, prendendo come spunto e rievocando tutto quel serbatoio di senso che riguarda ogni cultura passata, credo possa ripercuotersi nella vita pratica di ogni individuo, magari donandogli una maggiore consapevolezza della sua posizione nei confronti del suo mondo e del mondo in generale, e ridare un significato più pieno all’esistenza. Ma, poiché si tratta di cercare, rievocare, direi quasi “riesumare” porzioni di senso che ormai non abitano più il nostro modo di essere (magari anche per criticarle, superarle ed andare oltre), e poiché oggi difficilmente si può avere l’occasione di incontrare personalmente dei “grandi uomini” capaci allo stesso tempo ad essere dei “grandi maestri”, l’applicazione pratica dei nuovi principi, delle nuove categorie morali non può che passare attraverso lo studio, e si sa, non c’è studio se non c’è metodo teorico con cui studiare e da cui anche farsi ispirare. (ora sarebbe il momento di farvi sapere da chi io mi faccia ispirare, ma preferisco che seguiate il mio pensiero, forse un po’ frammentato e comunque non concluso, sapendo però che quello che dico non è frutto di un pensare frettoloso, ma è il risultato - ancora non concluso - di riflessioni accurate ed approfondite, per quanto io possa).
Per quanto riguarda il problema del riconoscimento dell’altro sollevato dal nostro amministratore nel suo ultimo post, vi rimando ad un bell’articolo sul “problema dell’altro in Merleau-Ponty (
www.kainos.it/numero2/sezioni/disvelamenti/mponty.html), articolo che può benissimo essere letto alla luce di quanto si è detto fin’ora (partendo dall’assunto, interno all’articolo, che non esistono che problemi psico-logici!), anche se, ovviamente, le “categorie nuove” con cui pensare il problema etico sono ancora tutte da costruire.
Chiudo allora con un’affermazione di Sarte contenuta in questo articolo: “Il mondo è qualcosa da costruire!!!”.
Saluti a tutti
kinglizard